Il 31 Dicembre 2019 viene segnalata dalle autorità cinesi all'OMS una nuova malattia respiratoria, una polmonite da causa ignota che si diffonde rapidamente tra gli abitanti della città di Wuhan, 11 milioni di abitanti, nella provincia di Hubei.

I casi iniziali sembrano in relazione con l'esposizione delle persone a un agente infettante sconosciuto, con i dati che convergono verso un grande mercato all'ingrosso di prodotti di mare, pesce, polli, fagiani, pipistrelli, cervi e altri animali selvatici come i serpenti. Da subito si è pensato quindi a una zoonosi, patologia infettiva di origine animale, seguita dalla trasmissione interumana.

Il disastro viaggia veloce. A fine Gennaio, dopo soli 30 giorni dalla segnalazione iniziale, l'OMS dichiara questa nuova patologia di origine virale come emergenza sanitaria globale. L'11 Marzo cadono le ultime curiose resistenze e la COVID-19 viene dichiarata come pandemia, termine che indica in modo netto una malattia con focolai che si diffondono in tutte le aree geografiche del mondo (dal greco pan-demos, "tutto il popolo").

Identikit di un colpevole neonato

Il 9 Gennaio 2020 viene identificato come responsabile un virus della famiglia dei coronavirus, già ben noti per causare malattie respiratorie che vanno da forme di raffreddore a polmoniti anche gravi, e infezioni di tipo gastrointestinale.

L'International Committee on Taxonomy of Viruses si è messo al lavoro per assegnare i nomi appropriati: per assecondare le nuove regole "buoniste", il nome della malattia virale è stato scelto con l'intento di evitare di stigmatizzare l'origine geografica o il serbatoio animale del virus (si pensi termini come "spagnola","asiatica" o "suina" adottati in altri casi).

L'11 Febbraio la malattia viene denominata COVID-19 (Coronavirus Disease 2019) mentre il virus viene ribattezzato come SARS-CoV-2, cioè sindrome respiratoria grave acuta da coronavirus 2, più facilmente citabile come nuovo coronavirus 2019.

La quasi totalità dei mezzi di informazione, peraltro, continua a usare il termine COVID-19 sia per il virus sia per la malattia, al punto che esso ormai sembra entrato nell'uso comune con questa doppia accezione.


Perché "nuovo" coronavirus?

Dagli animali all'uomo, un salto pericoloso
Prima della segnalazione in Cina questo specifico virus non era mai identificato in precedenza nell'uomo.

Alcuni coronavirus che infettano animali hanno mostrato la capacità di effettuare un cosiddetto spill over o "salto di specie", evolvendo in un nuovo ceppo in grado di infettare gli esseri umani. Proprio quello che sembra aver fatto il virus SARS-CoV-2, che ha due "fratelli" più grandicelli, per così dire, essendo venuti alla luce con un certo anticipo "storico": il primo è responsabile della sindrome respiratoria acuta grave (SARS), che in anni passati ha infettato circa 8000 individui, 800 dei quali sono deceduti, prima dello spegnimento dei focolai epidemici maggiori nel 2003. Il secondo causa la sindrome respiratoria mediorientale (MERS) in focolai che continuano a ricomparire sporadicamente, ed anch'esso ha provocato un elevato numero di vittime tra i colpiti.

Il nuovo coronavirus sembra aver percorso questa tappa evolutiva del salto di specie solo recentemente, il che spiega la velocità nel diffondersi nel genere umano che a lui appare un come un nuovo e appetibile terreno biologico. Abbiamo quindi un'alta contagiosità e anche un altro problema, un tempo d'incubazione che oscilla tra 2 e 14 giorni, con un periodo mediano di 5 giorni, che rende più lunghi i tempi d'isolamento di persone che siano a rischio per un precedente contatto con un malato. È da tener presente che sono stati riportati casi più rari in cui l'incubazione ha oltrepassato il limite dei 14 giorni.

La trasmissione da un individuo a un altro avviene, secondo i dati attuali, per via aerea attraverso le goccioline di saliva (droplet) emesse con tosse e starnuti e diffusibili anche tramite le mani, modalità che è alla base del tipo di misure adottate per contrastare l'attuale pandemia. E' stata chiamata in causa anche una trasmissione oro-fecale, meno importante.

R zero, il tachimetro del virus

Il numero che ci aiuta a dare una dimensione alla contagiosità di un particolare agente infettivo è un dato epidemiologico, il cosiddetto numero di riproduzione di base, o R0: indica il numero di contagi attesi in seguito alla singola infezione. In altre parole, quante persone infetta un contagiato: più è alto il valore e più elevato il rischio di diffusione dell'epidemia. Per il nuovo coronavirus abbiamo un valore di 1,4-3,8 (un dato mutevole nel tempo con l'evolvere dei numeri del contagio).

Ridurre questo valore è imperativo per bloccare l'epidemia: questo è alla base delle misure draconiane adottate dal governo italiano che ricalcano quelle della Cina, adattate in qualche modo ai limiti di una democrazia occidentale.


Diffusione COVID-19

Fig. 1 - Animazione che mostra la diffusione mondiale dei focolai della COVID-19.

Influenza? Come no

Una grandissima confusione è stata ingenerata nel pubblico e anche nei livelli decisionali della politica, a causa delle dichiarazioni contrastanti rilasciate incautamente all'inizio della diffusione in Europa dei focolai epidemici.

Il primo errore è il paragone "al ribasso" con l'influenza: si diceva che la mortalità della COVID-19 fosse molto inferiore. Ecco una prima fonte di problemi: il tam tam mediatico fatto su dati epidemiologici senza sapere bene cosa rappresentano.

Mortalità versus letalità

Che cosa è, in effetti, la mortalità? Prendendo una ben definita popolazione, è il rapporto tra il numero di decessi per una causa, ad esempio l'influenza, e il totale numerico di quella popolazione, in un determinato intervallo di tempo (ad esempio, annuale). La mortalità è quindi una percentuale riferita a tutta una popolazione esposta, non solo ai contagiati.

È evidente che un virus diffusissimo, come l'influenza avrà un valore di mortalità superiore a un altro virus ancora poco diffuso, una situazione che può essere provvisoria e quindi limitata al momento degli incauti paragoni riportati in precedenza.

Il dato che invece maggiormente ci interessa in quest'ambito di confronto tra due malattie è la letalità.

La letalita é il rapporto tra decessi legati ad una malattia e i casi identificati della stessa malattia. Una letalità del 2% significa che su 100 persone che contraggono la malattia 2 vanno incontro a decesso. Indicando il numero in percentuale di morti rispetto ai malati, è un parametro molto più appropriato per valutare la pericolosità di un virus in termini di esito della malattia che è in grado di causare.

Il dato che sta girando più frequentemente nei media, altalenante tra 2% e 4%, non si riferisce alla mortalità ma alla letalità, per nostra fortuna. In Italia, con una popolazione di 60 milioni di abitanti circa, una mortalità annua del 2% avrebbe significato un milione e duecentomila decessi ogni anno. Una catastrofe. La pandemia di influenza del 1918 nota come spagnola, fece registrare una mortalità globale compresa tra il 3 e il 6%. Grazie al cielo parliamo d'altro.

Una letalità del 3-4% non è poco. E non ha nulla a che vedere con quella dell'influenza
Parlando quindi di letalità, per il nuovo coronavirus abbiamo attualmente un numero di morti, tra i contagiati, che oscilla tra un rilievo e l'altro (2-3-4%, addirittura 7%), dato mutevole perché continuamente aggiornato con nuove statistiche provenienti dai paesi colpiti. In questo caso, il tempo sarà chiarificatore.

Il dato è di per sé difficilmente comparabile tra le diverse aree geografiche, dipendendo dalle politiche sanitarie applicate. E' evidente che se facciamo i test diagnostici a tutti, scoprendo anche tutti i casi che resterebbero asintomatici, il valore di letalità tende a scendere rispetto al caso in cui facessimo i test solo ai malati conclamati. E salirebbe, al contrario, qualora scegliessimo di fare il test diagnostico solo a quelli che sviluppano sintomi più gravi. Questo spiega il dato "ballerino" che abbiamo registrato in queste settimane.

Se vogliamo fare confronti, la malattia da virus Ebola ha fatto registrare una letalità del 25-90%, a seconda delle diverse epidemie e delle varie specie di Ebolavirus. La SARS dei primi anni 2000 ha avuto una letalità del 9.6% (774 decessi su 8096 casi registrati). L'influenza ha una letalità inferiore allo 0.1%.
Tirando le somme, la mortalità ci svela l'impatto di una malattia su un'intera popolazione, ad esempio quella italiana. La letalità, invece, ci dice il numero di decessi causati da una malattia: in parole più semplici, quanto è mortalmente pericolosa una patologia rispetto a chi ne è colpito.

Paragonare mele e pere

Il paragone con l'influenza, inoltre, non risulta appropriato per la situazione influenzale attuale. Il virus dell'influenza è immunologicamente "conosciuto" dal nostro organismo, essendo ogni anno una variante di quello dell'anno precedente. E abbiamo un vaccino che aumenta esponenzialmente questo riconoscimento "preventivo" e la conseguente efficacia delle nostre difese immunologiche.

Casomai il confronto sarebbe possibile se questo coronavirus venisse accostato a ceppi influenzali portatori di mutazioni importanti della struttura del virus, il cosiddetto antigenic shift, in cui accadrebbe (ed è infatti accaduto in passato) che il sistema immunitario umano venga colto "impreparato": situazione simile, appunto, a quella relativa al coronavirus attuale. Virus influenzali di tale fattezza provocano spesso pandemie gravi in termini di mortalità. Per fortuna, non è stato il caso delle epidemie influenzali di questi ultimissimi anni.

Il SARS-CoV-19, in effetti, è un virus praticamente nuovo per le nostre difese immunitarie: probabilmente il salto di specie, dagli animali all'uomo, è avvenuto poco prima dell'esordio dell'epidemia in Cina. Anche se non è ancora conosciuta la dinamica esatta dei fatti, abbiamo potuto registrare, purtroppo, la veloce diffusione interumana tipica di un agente infettivo per cui non abbiamo ancora una risposta immunitaria forte, che bloccherebbe sul nascere i focolai epidemici.

In ultimo, il raffronto influenza/COVID-19 è inappropriato non solo per le caratteristiche in ambito virologico: abbiamo anche messo in campo un approccio sanitario completamente diverso, che produce numeri epidemiologici mal confrontabili. Se si fosse lasciato campo libero al coronavirus, senza misure di prevenzione e isolamento dei contagi, avremmo i numeri reali, non mascherati dal pesante intervento politico-sanitario: numeri potenzialmente disastrosi del vero impatto biologico del virus sulle popolazioni umane.

Tale politica folle sembrava quella scelta dai governanti del Regno Unito e, anche se in misura meno evidente, da altre nazioni come Francia e Germania, ma ad oggi pare proprio che abbiano già fatto una precipitosa marcia indietro, cercando invece di imitare ciò che è stato fatto in Cina e si sta facendo in Italia: l'isolamento di tutta la popolazione, misura apparentemente incredibile ma necessaria.

Non siamo alla Peste Nera medievale, ma neppure alla cosiddetta influenza di stagione. Lo abbiamo improvvisamente capito ascoltando le testimonianze provenienti dai dipartimenti di emergenza degli ospedali e osservando la spettralità delle nostre città deserte. La gravità è stata amplificata dai colpevoli deficit dei nostri sistemi sanitari, dalla miopia politica e dalla fragilità della nostra economia. E persino dalle scemenze ideologiche.

FT